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Ricordo di Edgar Morin. Di Christoph Helferich, didatta e psicoterapeuta Siab

da Redazione Siab | Giu 7, 2026 | Articoli

EDGAR MORIN
8 luglio 1921 – 29 maggio 2026

 

Il 29 maggio è morto, alla venerabile età di 104 anni, il grande filosofo e sociologo francese Edgar Morin, una delle figure più prestigiose della cultura contemporanea. Non è qui il luogo per ripercorrere il suo percorso biografico-politico, dalle origini ebraiche alla lotta nella Resistenza francese, dalla contestazione dello Stalinismo all’idea dell’Europa nelle sue molteplici identità. Né possiamo descrivere l’immensa ricchezza del suo pensiero, noto come “pensiero della complessità”. Vorremo invece dare alcuni spunti per indicare il suo possibile significato per la psicoterapia, e in particolare per noi psicoterapeuti dell’area corporeo-umanistica.

“Edgar Morin era l’umanesimo fatto persona”: così Emmanuel Macron ha ricordato l’intellettuale scomparso (1).  E, infatti, questo suo umanesimo colto e impegnato rappresenta forse la base, il common ground in cui possiamo riconoscerci, anche nel nostro lavoro quotidiano. Da un lato possiamo definirlo un umanesimo esistenziale che, seguendo filosofi come Montaigne, Spinoza e Pascal, indaga la nostra esistenza con meraviglia, come mistero, nella sua incertezza, e in cui l’uomo appare con “le sue ambivalenze, le sue contraddizioni, la sua centralità e insufficienza nello stesso tempo, il suo senso e la sua insignificanza, il suo carattere di tutto e di niente insieme” (2). Al contempo, però, Morin si distingue per il suo umanesimo globale, profondamente impegnato nella dimensione storico-collettiva dell’umanità e le forme di conoscenza che abbiamo sviluppate nel corso del tempo. Spinto da un autentico impulso umanista, Morin mira in particolare a superare la parcellazione dei vari saperi nelle scienze naturali e le scienze umane, cerca di vederli sì nella loro complessità, ma di unirli in una visione della cultura “che permetta di comprendere la nostra condizione e di aiutarci a vivere” (3).

Negli ultimi vent’anni della sua vita, Morin si è perciò dedicato a un ambizioso progetto di riforma del pensiero e dell’insegnamento, che cercò di diffondere anche con il sostegno del ministero della cultura francese. Questo suo impegno assiduo al rinnovamento dei metodi di insegnamento si rispecchia bene nel titolo di un libro sopra citato, La testa ben fatta, che riprende una frase di Michel de Montaigne: “E’ meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Una testa ben fatta, anziché semplicemente accumulare il sapere, dispone di “un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso” (4).

“Dare loro senso”. Forse possiamo trovare qui, in questa aspirazione, il ponte o collegamento tra il pensiero di Morin e la nostra attività come psicoterapeuti appartenenti alla grande tradizione della psicoterapia umanistica. Basandosi su un concetto ampio di “potenziale umano”, la corrente umanistica di Abraham Maslow, Fritz Perls e Carl Rogers concepisce questo senso come autenticità e autorealizzazione dell’esistenza personale: “Il nostro scopo è ampliare il potenziale umano attraverso il processo di integrazione” (Fritz Perls) (5). E Alexander Lowen, cresciuto nello stesso periodo storico e nello stesso Zeitgeist, cerca di integrare questo potenziale ulteriormente puntando sul fondamento corporeo della nostra identità.

Seppur semplificando concetti complessi, potremmo in questo modo intravedere una certa comunanza tra l’umanesimo del grande pensatore francese e la psicoterapia umanistica. Lo sforzo di entrambi è dedicato a una specie di Identitätsarbeit, a un lavoro all’identità personale e collettiva nel tentativo di rintracciare un senso della propria esistenza. La via di Edgar Morin passa attraverso un’integrazione del sapere umano e un grande progetto di riforma del pensiero e dell’educazione. La psicoterapia umanistica punta sull’autenticità dell’esistenza personale attraverso l’integrazione dei molteplici elementi della nostra identità, spesso in lotta tra di loro. L’esempio di Edgar Morin potrebbe perciò invitarci a integrare il nostro lavoro terapeutico in un contesto più ampio, a integrare il nostro umanesimo esistenziale in un contesto più ampio di umanesimo globale.

 

Note

1) Vedi il necrologio di Mauro Ceruti sul Corriere della Sera, 31 maggio 2026, p. 40.

2) Edgar Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2000, p. 138.

3) Ibid., p. 3.

4) Ibid., p. 15.

5) Vedi Christoph Helferich, “La ricerca dell’autenticità e dell’autorealizzazione”. In: Corpo & Identità I, 2024, p. 93-111, qui p. 100.

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