Introduzione

La questione del carattere rigido ci porta nel cuore della psicoterapia. Infatti si può dire che l’amore, la capacità di amare e in generale la capacità di sentire profondamente rappresentino il fulcro profondo della psicoterapia, il suo credo filosofico.  Ricordiamo qui solo la famosa triade attribuita a Sigmund Freud, che riassume come meta dell’analisi poter amare, poter lavorare e poter sopportare frustrazioni.  Stanley Keleman, l’autore dell’Analisi emozionale, parla di deep feelings that give life meaning, dei sentimenti profondi che danno senso alla vita.[1] E ancora David Boadella, uno dei padri fondatori della psicoterapia corporea: “L’emozionalità rappresenta il nocciolo della nostra vitalità”.[2]

Puntando sull’affettività, la psicoterapia da sempre si misura con due grandi ostacoli che si presentano sia a livello culturale che individuale e che in ultima analisi risalgono alla nostra strana mescolanza tra natura e cultura.[3] La cultura, come sistema di regole e convenzioni, impone un notevole controllo ai suoi membri: devono acquisire la capacità di autocontrollo, di gestire i propri impulsi, emozioni e comportamenti, per convivere tra di loro e raggiungere obiettivi a lungo termine. Da parte sua, l’individuo, nel processo di crescita da bambino a futuro adulto, deve imparare la “regolazione degli affetti”. Deve, per sopravvivere, sviluppare una solida resilienza o “pelle dura”, nei confronti di se stesso de degli altri. E se un neonato, con una felice espressione di Alexander Lowen, “è tutto nucleo – cioè tutto amore”, deve imparare L’amore degli adulti. [4]

È chiaro che proprio questo processo di acculturazione o educazione comporta la perdita di gran parte della vitalità, naturalezza e spontaneità caratteristica del bambino, per sostituirla con un ventaglio di diposizioni difensive. Perciò si può facilmente evincere come mai la psicoterapia – e in particolare, quella umanistica – sia notoriamente rivolta al passato, alla ricerca del “bambino interiore” o del “vero Sé” nascosto nella personalità adulta. Se questo bambino nel corso della socializzazione viene oppresso, ne può derivare un adulto sterile e vuoto, un adulto malinconico che non sa giocare. Se il bambino interiore, però, domina lo scenario della vita adulta, ci troviamo di fronte a una situazione altrettanto difficile. In questo caso, i meccanismi infantili automatici, i ripetitivi pattern affettivi facilmente operano da registi occulti del nostro comportamento e delle nostre scelte. Possiamo perciò precisare che il compito complesso della psicoterapia non è semplicemente guidarci verso il mondo del “bambino interiore”. Per condurre una vita buona,[5] dobbiamo trovare equilibri appaganti tra la nostra affettività, spontaneità ed emozionalità da un lato, e dall’altro la riflessività, la consapevolezza e il controllo che distinguono la personalità adulta, capace di tener conto della prospettiva dell’altro.

 

Due casi

Per illustrare meglio il filo del nostro discorso, vorrei ora riportare due episodi riscontrati nel corso del mio lavoro clinico. Il primo caso è il racconto di una mia paziente degli anni Novanta, insegnante di Scuola Media e madre di tre figli. Si tratta complessivamente di una persona interessante, caratterizzata da certi tratti rigidi anche nell’aspetto corporeo. La paziente racconta un episodio risalente a quando il suo primo figlio era molto piccolo. Un giorno, cambiandogli il pannolone e piegata sopra il bambino sdraiato sul fasciatoio davanti a sé, si sviluppò un’interazione molto intensa tra di loro, un tipo di gioco coinvolgente tra madre e figlio ovvero quella danza comune di cui parla Daniel Stern.[6] All’improvviso, però, la paziente si spaventa e deve interrompere quella interazione profonda, ovvero ritirarsi interiormente da quella danza a due. “Ho continuato a giocare con il bambino”, raccontò, “ma recitando”.

Il secondo episodio consiste nel racconto di un padre, non più tanto giovane, di tre figli. Un bel giorno, il padre giocava in una camera da solo con l’ultimo figlio. Questo figlio aveva circa un anno e mezzo, poteva dunque già stare in piedi e camminare un po’. Era vestito da marinaio, con pantaloncini corti e camicetta a righe. Giocando insieme il padre, a un certo punto, era talmente colpito, toccato dalla dolcezza innocente di questo bambino, che ha un’improvvisa reazione di spavento. Guardando il dolce bambino davanti a sé, emerge in lui la frase precisa: “Se ti amassi veramente, potrei perderti”.

I due episodi hanno vari elementi in comune. Entrambi partono da un evento nel presente, un’interazione tra un adulto e un bambino piccolo. Da questa interazione emerge all’improvviso nell’adulto un intenso vissuto interiore di amore, una profonda commozione, che viene vissuta però come pericolosa. La paura di questo pericolo comporta l’interruzione dell’interazione affettiva e il blocco dell’emozione amorosa.

Se cerchiamo di comprendere le ragioni di questa paura, dobbiamo partire dal fatto che, visto da fuori, entrambi gli adulti si trovavano in una situazione di assoluta sicurezza. Anzi, sono partecipi di un’interazione amorosa, giocosa, piacevole, di cui erano loro a tenere le redini. La minaccia e lo spavento, la paura di cui parlavamo, devono dunque avere altre ragioni. In estrema sintesi risultano, secondo i nostri modelli interpretativi, da esperienze già vissute nel passato. Sono esperienze dolorose che gravitano intorno a vissuti di ferite e di perdite, e che comportano molteplici forme di “crepacuore”. Con le parole di Bill White, uno dei grandi esponenti della prima generazione dell’analisi bioenergetica: We fear the heartbreak of the past, and we don’t open to the person in the present – “Temiamo il crepacuore del passato, e non ci apriamo all’altro nel presente”. È questa paura inconscia dell’amore, la paura di vissuti emozionali profondi che caratterizza la tematica della rigidità.

 

Due tipi di rigidità

Se si parla di “rigidità” in senso largo, è evidente che riguarda chiunque, avendo tutti noi subito ferite del cuore nell’infanzia e anche dopo, e avendo sviluppato le corrispondenti forme di controllo. Se invece, seguendo il pensiero di Alexander Lowen, intendiamo per “rigidità” uno specifico tratto caratteriale, ci riferiamo a un quadro evolutivo più maturo di altri caratteri. In questo contesto possiamo distinguere due tipi diversi di rigidità, che possiamo caratterizzare con le metafore del piccolo borghese e del vincitore ferito.

 

Il “piccolo borghese”

Col termine piccolo borghese ci riferiamo alla personalità coatta o ossessiva-compulsiva. Nel suo saggio Carattere ed erotismo anale, Sigmund Freud aveva descritto come tratti comuni di questo tipo di personalità l’ordine e la disciplina, la parsimonia e l’ostinazione.[7] Nelle forme di disturbo più grave, questi tratti possono manifestarsi come ossessioni e compulsioni: pensieri, immagini, impulsi vissuti in modo intrusivo; comportamenti e rituali ripetitivi per ridurre ansia e disagio.

Una buona descrizione di questo quadro si trova negli Stili caratteriali di Stephen Johnson, nel capitolo Il bambino disciplinato: la personalità ossessivo-compulsiva.[8] L’espressione “Il bambino disciplinato” ci riporta alla genesi del tipo rigido-coatto: un’educazione repressiva, over-controlling di genitori non di rado essi stessi ansiosi. Sono genitori che magari con le migliori intenzioni “educano troppo”, impongono una disciplina rigida e ansiogena che limita l’espressività spontanea del bambino. Quest’ultimo a sua volta si adatta ai valori dei genitori e diventa un bambino che cerca di piacere, nell’illusione di base di poter guadagnarsi l’amore, trying to earn love. Il risultato, in sintesi: “L’ossessivo-compulsivo è una personalità repressa, controllata e inibita”.[9] A livello corporeo, la rigidità si esprime in particolare come rigidezza della muscolatura e il controllo inconscio del respiro; a livello cognitivo nell’inflessibilità del sistema di convinzioni; nel comportamento come eccessiva disciplina.

 

Il “vincitore ferito”

Troviamo la fonte concettuale di questo tipo in un testo di Wilhelm Reich, Il carattere fallico-narcisista del 1926, testo che a sua volta fa parte dell’interessante saggio Alcune forme caratteriali circoscritte.[10] Reich descrive qui un adulto con un Ego ben sviluppato, un adulto di successo che funziona bene nel mondo. È ambizioso, piuttosto aggressivo e con un buon livello di energia. Facilmente si individua in questa descrizione il modello del carattere rigido tratteggiato nella caratterologia di Alexander Lowen.[11] Anche il tipo fallico-narcisista di distingue per un forte contegno o controllo della sfera affettiva. Però a differenza della sintomatologia ossessivo-compulsiva le sue ragioni eziologiche si trovano solitamente nella situazione edipica. È una fase evolutiva in cui la figlia o il figlio tipicamente dichiara “Voglio sposare il babbo/la mamma”. È noto, però, che questa dichiarazione d’amore facilmente viene fraintesa dal rispettivo genitore del sesso opposto. Può trovare una risposta erotizzante, o di rifiuto, o addirittura di ostilità. Notiamo en passant che tale dichiarazione è da intendere come richiesta dell’attenzione esclusiva da parte del genitore, niente di meno e niente di più. In seguito a esperienze di questo tipo, la bambina o il bambino rimane con un senso profondo di dolore, di tradimento, di ferita al cuore: “Nella storia dell’infanzia dei narcisisti fallici si trovano con sorprendente regolarità le più gravi delusioni d’amore dati proprio dagli oggetti eterosessuali”.[12]  

 

Il blocco affettivo

Che cosa accomuna le due forme presenti nella struttura caratteriale del rigido?  È senz’altro un forte blocco affettivo, come scrive Wilhelm Reich in riferimento al carattere coatto: “Esteriormente […] presenta un pronunciato contegno e autocontrollo, rifugge dagli affetti […]; è tiepido sia quando ama che quando odia, cosa che in alcuni casi può diventare un completo blocco affettivo”.[13] È soprattutto nelle “zone calde” della vita affettiva dove questo blocco si esprime: nell’amore, nel piacere, nella sessualità. Sono zone che richiedono un abbandono, un temporaneo cedere del controllo mentale sia a livello personale che a livello interpersonale. A livello personale, tra sé e sé, come abbandono dell’io consapevole al corpo; a livello interpersonale come abbandono al partner. È in queste zone calde che si ripercuote la storia personale di ognuno con le sue delusioni, ferite e paure; esperienze che comportano il ritiro affettivo nel presente. Il cuore della personalità rigida è, con una felice metafora – il titolo di un film francese – un coer en hiver, “un cuore in inverno”.[14]

 

La terapia della personalità rigida

Nella sua descrizione in Bioenergetica, Alexander Lowen sembra implicitamente suggerire che il carattere rigido sia più sano delle altre strutture caratteriali. In un certo senso questa descrizione è anche corretta, nel senso che la personalità rigida sa muoversi bene nel mondo lavorativo-sociale. Anzi, si è spesso notato che la nostra società richiede e si basa su una notevole modalità rigida nel funzionamento degli individui.

In verità, però, la personalità rigida non vive in maniera “sana”: attraversa una vita segnata da un forte blocco affettivo, col cuore chiuso. Questo tipo di sofferenza facilmente si esprime in una sottostante malinconia, come forma di leggera ma perdurante depressione. Non di rado emerge anche, p. es., nella midlife crisis di molte persone, in un vago desiderio di una vita migliore. Sono feelings of being, “sentimenti esistenziali” in cui predominano i colori scuri dell’arcobaleno della vita.[15]

La personalità rigida, come abbiamo visto, funziona in modo troppo “adulto”, trattenuto, controllato e distaccato da se stesso e dagli altri. Al centro della terapia sta perciò il tentativo di riconnettere il paziente col proprio “bambino interiore” ovvero con il proprio potenziale creativo, espressivo, affettivo, giocoso. A differenza del lavoro, p. es., con la tipologia borderline, anziché costruire strutture dell’Io più solide, questa terapia mira piuttosto a “destrutturare” qualcosa di troppo strutturato. Ciò significa a livello corporeo lo scioglimento delle rigidità corporeo-espressive, accompagnato da una continua attenzione al respiro. In questo modo, il paziente via via riesce a percepire se stesso come organismo vitale, come “corpo vissuto”.[16]

Un aspetto importante della terapia è anche una forma di educazione sessuale, per vivere la sessualità non come prestazione, ma come incontro soft. Molto consigliabile in questo contesto è perciò l’esperienza del cadere. Cadere, cedere, arrendersi è piuttosto difficile per una persona iper-controllata: ha paura sia, com’è ben espresso in lingua inglese, to fall in love, che to fail ovvero “sbagliare”, “non riuscirci”, con altre parole non essere perfetto.

In ultima analisi, affrontare questo tipo di paure richiede affrontare l’ansia sottostante, lo stato psichico di iper-vigilanza, di ansia generalizzata. Imperare a tollerare l’ansia è perciò un obiettivo centrale di ogni terapia che vuole aprire la porta alle esperienze profonde e veramente significative della vita: the deep feelings that give life meaning.

 

 

Riferimenti

Boadella, D. 1995. “Emotionen in der Körperpsychotherapie – ihre Bedeutung und Handhabung im therapeutischen Prozeß”, in: Petzold, H. G. (a cura di): Die Wiederentdeckung des Gefühls. Emotionen in der Psychotherapie und der menschlichen Entwicklung, p. 519-547. Paderborn: Junfermann.

Böhme, G. 2016. Gut Mensch sein. Anthropologie als Proto-Ethik. Zug/Schweiz: Die Graue Edition.

Freud, S. 1908. “Charakter und Analerotik”. In: Studienausgabe, Bd. VII, Zwang, Paranoia und Perversion, S. 24-30. Trad. it. “Carattere ed erotismo anale”. In. Opere di Sigmund Freud. Vol. V, Torino: Bollati Boringhieri 1972, p. 397-406.

Helferich, C. 2004. La “vita buona”. La ricerca esistenziale tra filosofia e psicoterapia corporea. Roma: Armando.

Helferich, D. 2018. Il corpo vissuto. La cura di sé nell’analisi bioenergetica. Roma: Alpes Italia.

Johnson, S. M. 1994. Charcter Styles. New York. London: Norton & Company. Trad. it. di Gianpaolo Fiorentini, Stili caratteriali. Come uscire dalla prigione del proprio carattere. 2004. Spigno Saturnia: Crisalide.

Keleman, S. 1986. Bonding. A Somatic-Emotional Approach to Transference.  Berkely, California: Center Press.

Lowen, A. 1975. Bioenergetics. New York: Coward, McCann & Geoghegan Inc. Trad. it. di Lucia Cornalba, Bioenergetica. Milano: Feltrinelli 1983.

Piersanti, C. 1998.  L’amore degli adulti. Milano: Feltrinelli.

Reich, W. 1926. “Einige umschriebene Charakterformen”. In: Charakteranalyse. Köln: Kiepenheuer & Witsch, 1971, p. 256-279.  Trad. it. di Furio Belfiore e Anneliese Wolf, “Alcune forme caratteriali circoscritte”. in: Analisi del Carattere, 1973, p. 239-261. Milano: SugarCo.

Ratcliffe, M. 2008. Feelings of Being. Phenomenology, Psychiatry and the Sense of Reality. Oxford: University Press.

Stern, D. 1985. The Interpersonal World of the Infant. New York: Basic Books. Trad. it. di Alessandro Biocca e Lucia Margheri Biocca, 1987. Il mondo interpersonale del bambino. Torino: Bollati Boringhieri.

 

Note Bibliografiche

[1]  Keleman, 1987, p. 103.

[2]  Boadella, 1995, p. 528.

[3]  Böhme, 2016, p. 19 seg.: “La distinzione classica, risalente ad Aristotele […] tra natura e cultura […] porta una crepa dentro l’uomo: l’uomo è in parte natura, in parte cultura”.

[4]  Lowen, 1975, p. 136: “An infant is all core – that is, all heart”.; trad. it. p. 117; Piersanti, 1998.

[5] Cfr. Helferich, 2004.

[6] Stern, 1985.

[7] Freud, 1908.

[8] Johnson, 1994.

[9] Ibid., p. 314.

[10] Reich, 1926/1971, p. 239-262.

[11] Lowen, 1975/1983, p. 130-152.

[12] Reich, ibid., p. 257.

[13] Reich, ibid., p. 247.

[14] Claude Sautet, Un coer en hiver, 1992.

[15] Ratcliffe, 2008.

[16]  Helferich, 2018.

[17]  Keleman, 1987, p. 103.

[18]  Boadella, 1995, p. 528.

[19]  Böhme, 2016, p. 19 seg.: “La distinzione classica, risalente ad Aristotele […] tra natura e cultura […] porta una crepa dentro l’uomo: l’uomo è in parte natura, in parte cultura”.

[20]  Lowen, 1975, p. 136: “An infant is all core – that is, all heart”.; trad. it. p. 117; Piersanti, 1998.

[21] Cfr. Helferich, 2004.

[22] Stern, 1985.

[23] Freud, 1908.

[24] Johnson, 1994.

[25] Ibid., p. 314.

[26] Reich, 1926/1971, p. 239-262.

[27] Lowen, 1975/1983, p. 130-152.

[28] Reich, ibid., p. 257.

[29] Reich, ibid., p. 247.

[30] Claude Sautet, Un coer en hiver, 1992.

[31] Ratcliffe, 2008.

[32]  Helferich, 2018.