In passato non avevo mai approfondito la figura e l’opera Irvin Yalom. Forse perché la sua fama internazionale come autore divulgativo mi rendeva piuttosto diffidente verso questo scrittore così prolifico in un campo che prediligo, quello all’incrocio tra filosofia e psicoterapia. È stato per puro caso – l’offerta di una piattaforma milanese di un accreditamento per la formazione in itinere – che ho acquistato un Cofanetto Yalom contenente due volumi dal titolo Diventare se stessi e L’ora del cuore.

Studiando questi libri sono rimasto subito colpito dalla profondità e ricchezza di questo personaggio, nato nel 1931 e giunto ormai oltre la soglia dei novant’anni di vita. Diventare se stessi (in seguito: DSS) del 2017 è un testo autobiografico e dimostra l’enorme forza creativa con cui questo “ragazzino solitario”, culturalmente emarginato nella New York degli anni Trenta, è riuscito a creare una carriera di grande successo a livello scientifico, professionale, familiare e artistico. Rimanendo però, seppur noto a livello internazionale, una persona essenzialmente umile. L’ora del cuore (il seguito: OC) rappresenta un’impresa ad alto rischio, molto intensa ma convincente. Per far fronte ai propri problemi di memoria, l’autore decide di fare un’unica seduta a distanza con pazienti di tutto il mondo; tra oltre trecento incontri, L’ora del cuore presenta la documentazione di 22 storie di questo tipo.

Poiché Yalom, con una certa vena didattica, persegue l’obiettivo di scrivere per “giovani terapeuti”, entrambi i libri sono permeati da riflessioni teoriche, metodologiche e tecniche circa aspetti centrali della psicoterapia, e in particolar modo circa il proprio modo di praticarla. In questa maniera traspirano attraverso i casi clinici e i vari episodi biografici certe tematiche ricorrenti, una rete di convinzioni e visioni tenute insieme dalla personalità dell’autore. Inoltre, a livello storico, Diventare se stessi permette di seguire da vicino la nascita della psicoterapia umanistica ed esistenziale nel clima culturale della California degli anni ’60 -’70. Come noto, è stato un periodo di grande fervore politico, sociale e intellettuale. È in questo contesto che il giovane Yalom incontra l’esistenzialismo europeo nel suo tipico intreccio tra letteratura e filosofia, come lo troviamo in Kierkegaard, Dostojewskij, Nietzsche, Sartre e Camus. Fattore decisivo per questo incontro è stato il libro di Rollo May, L’esistenza, appena uscito nel 1958. “Quel libro mi cambiò la vita”, scrive Yalom nell’autobiografia (DSS, p. 116).

E, infatti, l’approccio specifico di Yalom alla sofferenza umana si chiama Psicoterapia esistenziale, come recita il titolo del suo libro del 1980.  Sebbene senza l’intenzione di creare una nuova corrente di psicoterapia, una nuova scuola a sé, la sua visione si distingue per un particolare spessore in quanto parte dalla questione della morte. “Il morire, l’unica cosa che ognuno di noi sperimenterà di sicuro, dovrebbe avere un posto di rilievo nel modo in cui comprendiamo il vivere. Credo che l’angoscia della morte sia centrale per molti dei problemi a seguito dei quali le persone entrano in terapia” (OC, p. 147). Di conseguenza Yalom focalizza la sua attenzione “sul ruolo che la consapevolezza della morte poteva avere nella terapia di un paziente fisicamente sano”. Non sorprende perciò che il primo capitolo, dedicato all’argomento della morte, occupi la parte più estesa del libro.

Altri tre ambiti fondamentali della prospettiva esistenziale sono la libertà, l’isolamento e il senso della vita. “Siamo condannati alla libertà”, diceva Jean-Paul Sartre, esprimendo in questo modo l’ambivalente peso della libertà dopo l’uscita dal Giardino dell’Eden. Il concetto dell’isolamento non si riferisce alla dimensione interpersonale, la solitudine, bensì “a un isolamento più fondamentale: l’idea che ciascuno di noi viene gettato da solo nel mondo e da solo deve lasciarlo” (DSS, p. 227). Da ciò nasce la quarta massima preoccupazione umana, “l’assenza di significato” ovvero il compito personale di trovare un senso della vita mai garantito.

Nelle 600 pagine della sua Psicoterapia esistenziale, Yalom sviluppa in maniera esaustiva questi assunti-base del suo pensiero. Naturalmente l’idea di partire dalla consapevolezza della morte, dalla “preziosa caducità dell’esistenza” (DSS, p. 215) non è per niente nuova. Anzi, il monito Ricordati di vivere risale alla filosofia antica stessa, come è insito nel pensiero esistenzialista da Kierkegaard in poi (Hadot, 2009). Abbiamo qui però sottolineato questo argomento perché la specifica impostazione di Yalom ci sembra uno stimolo fertile per la riflessione di ogni singolo terapeuta. Una riflessione approfondita sull’atteggiamento personale verso la morte, e su come tale atteggiamento sia presente o meno nella propria prassi terapeutica. In generale si potrà sicuramente assumere che solo un atteggiamento di riconoscenza aperta e indifesa verso la propria angoscia di morte permetterà di ritrovarla nelle sue pluriformi manifestazioni cliniche. Ad esempio, nei sogni e nei disturbi del sonno; nei comportamenti ossessivi, nevrotici; negli attacchi di panico e la preoccupazione ansiosa per la salute; nella perdita di una persona vicina; nelle midlife – crisis e, in generale, come Sofferenza per il tempo che scorre, come suona il titolo di uno studio approfondito sulle varie forme di medicina Anti-Aging (Bozzaro, 2014; Helferich, 2018).  In questo contesto va anche detto che la sensibilizzazione verso l’angoscia di morte presente nei vari quadri clinici dovrebbe avere un posto maggiore nella formazione dei giovani terapeuti.

Dall’approccio esistenziale di Yalom risulta ancora un’altra dimensione che riguarda il rapporto tra terapeuta e paziente. Condividendo entrambi la stessa natura umana ovvero la stessa impresa della vita, è palese, a dispetto dei due ruoli di “paziente” e “terapeuta” in cui si incontrano, la loro essenziale comunanza. In questo senso, Yalom si è sempre considerato compagno di viaggio del paziente. “Compagno di viaggio”, a differenza del “dottore esperto e distaccato” (CSS, 132) inerente all’originale modello medico del rapporto tra un “terapeuta sano” e un “paziente malato”. In questa contrapposizione si rispecchia una centenaria discussione all’interno della psicoanalisi. È una discussione che va dal freudiano modello “classico” del terapeuta “neutrale”, “opaco per l’analizzando”, attraverso la psicoanalisi relazionale degli anni Ottanta, alle sofisticate concezioni di un “campo intersoggettivo” co-creato da entrambi i protagonisti (Helferich, 2008). In tutti questi dibattiti è comunque sempre presente la questione della “giusta distanza” tra terapeuta e paziente, ovvero, in termini tecnici, della self-disclosure o “autorivelazione” del terapeuta. In generale, come appare o vuole apparire il terapeuta ai suoi pazienti, nella sua doppia veste di essere umano e professionista? Inoltre, in che misura dovrebbe condividere i propri vissuti con il paziente? E in che misura questa condivisione potrebbe essere utile o meno al processo terapeutico?

In quanto “compagno di viaggio”, Yalom prende una posizione piuttosto radicale riguardo all’autorivelazione: “Fin dall’inizio della mia carriera ho adottato la massima trasparenza per quel che concerne i miei sentimenti nei confronti dei pazienti, ho cercato di suscitare i loro sentimenti sinceri nei miei confronti, ed esaminato assieme a loro quello che stava accadendo tra noi in tempo reale” (OC, 193).

Questa condivisione può assumere varie forme. La forma più comune è il feedback sulla propria esperienza della seduta – “essere del tutto sincero su come mi sento riguardo al paziente, nell’immediato presente”. Una seconda forma di autorivelazione consiste nel “raccontare esperienze o storie personali tratte dalla mia vita” (OC, 133). Come Yalom stesso fa notare, è proprio questo secondo tipo di condivisione che solitamente viene sconsigliato ai giovani terapeuti. Secondo lui, alla base di questo atteggiamento stanno timori infondati, ai quali replica con una domanda che dimostra bene il suo intento: “Come posso far crescere quell’autentica connessione umana così essenziale per aiutare i pazienti, se ho paura di condividere me stesso?” (OC, p. 133) La terza e ancora più radicale forma di autorivelazione consiste in una temporanea “inversione dei ruoli”. Nell’Ora del Cuore – data la stretta del tempo di un’unica seduta – Yalom non di rado ricorre a questa tecnica, in particolare quando sente da parte del paziente una forte difficoltà di parlare di se stesso in maniera personale, intima. Per far fronte a queste difficoltà o difese, è consueto fare un discorso del tipo: “Finora sono stato io a porre delle domande. Vorrei suggerirle di fare qualcosa di diverso. Scambiamoci i ruoli per qualche minuto. Che domande ha per me? Le do la mia parola che risponderò a qualsiasi domanda lei mi voglia rivolgere. E più sarà profonda, personale, meglio sarà” (OC, p. 134).

L’intento comune di queste forme di autorivelazione è sempre quello di portare avanti il processo terapeutico; “l’interesse migliore del paziente” (OC, p. 134) dev’essere il criterio di qualsiasi scelta. In tutto ciò Yalom non nasconde i rischi insiti nella sua tecnica e riconosce apertamente che “le autorivelazioni inopportune possono essere dannose” (OC, p. 193). Eppure, è essenzialmente convinto della sua tecnica, e in questo senso dice durante una seduta: “più rivelo di me stesso, più la gente in risposta si rivela a me. […] Sa, i terapeuti devono essere coraggiosi. Essere veramente empatici richiede una certa dose di rischio emotivo da parte nostra” (OC, p. 236).

Ci siamo soffermati su questo argomento in quanto anche riguardo all’autorivelazione, la posizione di Yalom offre tanti stimoli fecondi per la nostra prassi. Invita alla riflessione personale su come il terapeuta vive i suoi pazienti nelle varie situazioni, come recita il proprio ruolo, quanto fa trasparire di sé, di quanta spontaneità e flessibilità dispone e, insomma, qual è la propria “giusta distanza” da mantenere nel processo terapeutico. Certamente nessuno potrebbe mai semplicemente cercare di imitare Yalom – è un maestro che brilla con gli strumenti adatti alla propria personalità. Ma forse basterebbe già introdurre, con una certa regolarità, nelle varie sedute una domanda tanto cara a lui: “Oggi, come stiamo procedendo noi due in questa seduta?” (OC, p. 164).

Bibliografia

Yalom Irvin D. (1980): Psicoterapia esistenziale. Trad. it. di Serena Prina. Neri Pozza Editore: Vicenza 2019.  

Yalom Irvin D. (2017): Diventare se stessi. Trad. it. di Serena Prina. Neri Pozza Editore: Vicenza 2018.

Yalom Irvin D. e Yalom B. (2024): L’ora del cuore. 22 brevi lezioni su vulnerabilità, connessione, cambiamento. Trad. it. di Serena Prina. Neri Pozza Editore: Vicenza 2025.

 

Bozzaro C. (2014), Das Leiden an der verrinnenden Zeit. Alter, Leit und Zeit am Beispiel der Anti-Aging Medizin [La sofferenza per il tempo che scorre. Vecchiaia, sofferenza e tempo nell’esempio della medicina Anti–Aging]. frommann-holzboog Verlag, Stoccarda – Bad Cannstatt.

Hadot P. (2008), Ricordati di vivere. Goethe e la tradizione degli esercizi spirituali. Trad. it. di Anna Chiara Peduzzi. Raffaello Cortina Editore: Milano 2009.

Helferich C. (2008), Due animali in una stanza. Diario di controtransfert. Franco Angeli, Milano.

Helferich C. (2018), “Il tempo: terreno e confine del Sé”. In: Id., Il corpo vissuto. La cura di sé nell’analisi bioenergetica. Alpes Italia, Roma, 39-45.