Relatore: Flavia Luisa Ricci, psicologa psicoterapeuta.

8 Novembre 2021, ore 19:30

 

La conferenza si svolge in presenza presso la sede di Roma della Società Italiana di Analisi Bioenergetica in via Magna Grecia, 128.

La relatrice Flavia Luisa Ricci introduce al pubblico lo specifico dell’analisi bioenergetica, che è una psicoterapia corporea ed ha la funzione di integrare il linguaggio verbale con l’espressività corporea. Si basa sull’acquisizione della consapevolezza del linguaggio del corpo, che è un linguaggio non verbale.

La consapevolezza del linguaggio non verbale porta a dare spazio al nostro respiro, alla nostra postura, tale capacità, porta a costruire un’immagine di noi che si fissa poi nella neocorteccia, portando all’acquisizione di nuovi schemi psico-corporei che sostituiscono quelli acquisiti inconsapevolmente negli anni.

E’ stato introdotto il concetto di Karma, inteso come una ripetizioni di schemi fissi nel tempo, come, per esempio, schemi relazionali, o schemi derivati dai traumi vissuti.

 

Possiamo intendere il trauma come uno stimolo di improvviso pericolo che rompe la nostra tranquillità. Il trauma è la conseguenza di un evento (o sequenze di eventi) con caratteristiche tali che fa interrompere la continuità, normalmente avvertita, tra esperienza passata ed intenzionalità. Traumi tipici sono: l’abuso, la violenza sessuale, la violenza domestica, il lutto, il bullismo la malattia, la violenza verbale, fisica o la minaccia, la tortura, gli incidenti, altre violazioni o perdite anche gravi di sicurezze personali. Anche il solo assistere a questi fatti può costituire un evento traumatico, si parla in questo caso di “vittime secondarie”, ma ci sono anche le vittime “terziarie” questo è il caso dei soccorritori che assistono le vittime primarie. Ci sono poi i “traumi cumulativi” che possono interessare un soggetto, come: lutti precoci, relazioni dolorose nell’infanzia, malattie più o meno invalidanti dei genitori o proprie, fallimenti professionali, delusioni amorose, ecc.

Ma quando si può risolvere un evento traumatico? Quando da soli non riusciamo ad uscirne e qualcuno o qualcosa ci aiuta a farlo.

Dagli inizi del 2020 ci siamo ritrovati tutti ad affrontare un evento traumatico collettivo, la pandemia causata dal Covid-19. Questa condizione ha portato al mancato evento di condivisione, di modulazione e regolazione della paura, l’altro (chiunque), in quel momento veniva considerato come un potenziale “nemico”. L’isolamento forzato non ha così permesso il superamento dell’angoscia dovuta a questa situazione.

Abbiamo tutti sentito il termine “distanza sociale”, inteso, in prossemica, come spazio riservato ai contatti sociali meno profondi, più convenzionali e formali. In questo spazio di “distanza sociale”, ad esempio, non si parla di problemi intimi, ma di lavoro; non ci si confida, ma si offre consulenza o si trattano affari. Lo spazio sociale, è lo spazio che va da 1,5 a 3,5 metri intorno all’individuo. Durante la pandemia abbiamo tutti sperimentato l’obbligo di questa distanza sociale, che ci ha portato a percepire l’altro come un potenziale nemico.

Ci siamo ritrovati per strada con la consapevolezza del dover essere distanti; nel camminare ci siamo resi conto che anche il nostro sguardo era distante, come se volessimo fuggire dalla possibilità di incrociare sguardi altrui, quando invece lo sguardo significa “stare”, e non fuggire.

 

Riprendendo il concetto di trauma, il primo problema è quello di sentirsi immobilizzati, impotenti; quando improvvisamente incontriamo una potenziale minaccia il nostro corpo reagisce chiaramente per proteggerci, lo facciamo irrigidendoci, ritraendoci oppure con le risposte di lotta o fuga. Queste reazioni di emergenza dovrebbero essere temporanee, tuttavia quando queste reazioni diventano croniche, noi sviluppiamo i sintomi debilitanti del trauma, da quel momento il nostro corpo continua ad inviare al nostro cervello segnali di pericolo, facendoci percepire minacce anche laddove non esistono.

Molte interessante è l’esperimento fatto da Peter Levine sugli animali riguardante il fenomeno del Freezing – congelamento. Le gazzelle sentendosi minacciate dall’attacco dei leoni si immobilizzavano buttandosi a terra fingendosi morte, questo è quello che accade al nostro corpo nel momento in cui ci troviamo in una situazione di impotenza, ci blocchiamo.

 

Le vittime di traumi hanno sintomi sensomotori-emotivi, per provare ad uscire dal trauma è necessario riattivare tutti i meccanismi volontari e involontari del nostro corpo.

La psicoterapia corporea lavora sulla regolazione motoria, fondamentale è il respiro che va a regolare tutti i meccanismi volontari del nostro corpo.

Quando sperimentiamo la paura ci sono vari effetti che possiamo osservare sul nostro corpo come l’aumento della frequenza cardiaca, in questo frangente il sangue si concentra sugli organi vitali, la nostra amigdala attiva il nostro sistema simpatico, pronti per combattere o fuggire.

 

La reazione di freezing negli esseri umani presenta un’interruzione del funzionamento dell’area di Broca, conosciuta come terrore muto. Durante il nostro percorso di crescita ci troviamo continuamente davanti a numerose difficoltà, intese anche come compiti evolutivi.

Quando non riusciamo ad affrontare i compiti evolutivi, le difficoltà si possono trasformare in problemi; e con il passare del tempo se questi problemi non vengono risolti possono diventare dei veri e propri disturbi; come esempio: un figlio che non viene adeguatamente supportato ad affrontare i propri problemi, crescerà con la paura di non essere in grado, avrà paura di fare i passi adeguati, limitando la crescita e l’individuazione.

 

La speranza è un concetto molto importante in questo ambito dove troviamo blocchi evolutivi. Sperare nella possibilità di poter cambiare qualcosa, significa essere fiduciosi nel cambiamento, perché alla base della speranza c’è la fiducia.

 

Dopo la parte teorica la Dottoressa Ricci ha introdotto la parte esperienziale della conferenza ed ha chiesto al gruppo di alzarsi in piedi, di sentire il corpo, la postura, di sentire il proprio respiro; e di lasciarsi andare al movimento spontaneo del corpo, piccoli movimenti “liberatori” per sgranchire il corpo. Poi ci è stato chiesto di camminare per la stanza, allungando le braccia davanti e intorno a noi, facendoci delineare una sorta di distanza da rispettare; in seguito è arrivato il suggerimento di continuare a camminare andando a ricercare lo sguardo dell’altro.

E il camminare nella stanza a distanza ha cambiato la stessa esperienza di camminare in uno spazio condiviso.

 

Personalmente ho notato come in un primo momento, in cui lo sguardo non era richiesto eravamo tutti più attenti nel camminare e nel cercare di rimanere nella giusta distanza, mentre invece quando c’è stato chiesto di guardarci negli occhi ho avuto come la sensazione di voler avvicinarmi all’altro non solo con lo sguardo ma anche fisicamente, sentendo così sempre più difficoltà nel mantenere la distanza minima imposta.

 

Giulia Bellagamba, tirocinante SIAB