In ogni forma di dipendenza insiste sempre una componente di fascinazione e di attaccamento assimilabile all’esperienza amorosa, così come in ogni forma d’amore deve necessariamente esistere un nucleo generativo di dipendenza.

            Eco, Narciso e le figure della dipendenza amorosa, Alpes 2022, parte da questa premessa e ne considera alcuni possibili sviluppi.

Dipendenza e amore sono facce della stessa medaglia? Considerando il linguaggio con il quale descriviamo questi due aspetti dell’esperienza, sembrerebbe di sì. Parlando delle dipendenze, infatti, tanto di quelle più innocue quanto delle dipendenze patologiche, utilizziamo qualità lessicali che rimandano all’immaginario del cuore, diciamo ad esempio: adoro quella serie televisiva, oppure impazzisco per i dolci, così come per indicare le fasi di esordio di una carriera tossicomanica parliamo di luna di miele con una sostanza. Ma se è vero questo, è altresì vero che per commentare l’amore sovente ricorriamo al registro descrittivo della dipendenza: non posso vivere senza di te!

Se le cose stanno così, le diversioni più dolorose dell’amore (come quelle della dipendenza) nascerebbero da una cattiva alchimia di queste due componenti, destinata a creare una situazione di squilibrio. Infatti quando la componente di fascinazione legata ad una pratica gratificante – gioco, sesso, tecnologia o assunzione di una sostanza – prende il sopravvento annullando la libertà di scelta dell’individuo, il piacere ricreativo si trasforma in addiction. Così come quando la dipendenza prende il sopravvento nell’esperienza amorosa, il desiderio retrocede nella condizione coercitiva del bisogno, l’attrazione si commuta in compulsione e la vicinanza diviene controllo ossessivo. L’amore così si trasforma in ‘amore tossico’. La dipendenza patologica in questo caso non si sviluppa nei confronti di una sostanza, ma nei riguardi di un affetto e della persona in grado di suscitare quell’affetto, e separato da quest’ultima il soggetto può sperimentare una condizione di disagio capace di condurlo dall’angoscia fino alla disorganizzazione psichica, in un complesso di reazioni assimilabili ad una vera e propria crisi astinenziale.  In questi casi l’amore, che è in sé forza generativa e costruttiva, si trasforma in energia distruttiva sicché Eros, in virtù di tale connotazione dipendenziale, si trasfigura nel suo opposto e confluisce fatalmente nel Thanatos.

A testimoniare la stretta connessione tra dipendenza e amore del resto oggi le neuroscienze ci dicono che i meccanismi neurobiologici che si attivano nell’addiction e nell’innamoramento sono gli stessi, coinvolgendo i medesimi neuromediatori e le medesime aree del cervello: nucleo accumbens, amigdala, parte del talamo e dell’ipotalamo, ossia le aree sottocorticali che condividiamo con gli altri mammiferi e che costituiscono il paleopallium, il cosiddetto ‘cervello emotivo’, responsabile della regolazione delle emozioni e dei nostri sistemi motivazionali. L’eccitazione per un nuovo innamoramento è mediata dalla dopamina, il piacere del sesso dagli oppiacei endogeni, la tenerezza del legame dalla serotonina. Il doloroso vuoto per un amore perduto è frutto di processi non dissimili da quelli dell’astinenza da oppiacei. Il tedio che assedia tra un’impresa spericolata e l’altra, per chi nutre una dipendenza da comportamenti rischiosi, non è poi così diverso dall’astinenza da cocaina, situazione che può manifestarsi nell’associazione amore-adrenalina, che lega l’amore a comportamenti rischiosi, come osserviamo in molte forme di co-dipendenza caratterizzate dalla ricerca di partner fortemente disturbati e violenti (Canzian, 2021).

Il mito di Eco e Narciso raffigura in modo emblematico la stretta connessione tra amore e dipendenza tematizzandola in una narrativa – facciamo riferimento a quella tratta dalle Metamorfosi di Ovidio – che ne chiarisce gli esiti infausti.

Eco e Narciso, che incarnano le figure tragiche della dipendenza e della contro-dipendenza, danno vita a una vicenda dove la dipendenza alimenta l’amore e l’amore alimenta la dipendenza.

Eco del tutto sprovvista di una narrativa di sé, incapace di generare un discorso, ha perduto ogni diritto di possesso sul proprio logos, è carne senza identità; mentre Narciso, nell’ipernarrativa di se stesso, è identità senza carne, immagine dissociata dal corpo.

Eco, come tutti i dipendenti d’amore, è prigioniera di un’illusione: vorrebbe trasformare il Due nell’Uno indifferenziato, mediante lo scioglimento di sé e della propria individualità nell’alterità, in una comunione simbiotica con il partner.

Ma anche Narciso è prigioniero di una illusione – speculare e opposta a quella di Eco – vorrebbe trasformare l’Uno nel Due, mediante l’annullamento dell’altro sostituito con una replicazione di sé.

Entrambi, e questo è l’equivoco di base, costruiscono un’illusione per aggirare la dualità Eco eliminando se stessa e iperidealizzando l’altro, con cui vorrebbe fondersi, e Narciso eliminando l’altro e iperidealizzando se stesso, quel se stesso con cui vorrebbe sostituire l’altro. Ma come ha insegnato Buber (1923), non possiamo eliminare il debito simbolico con l’altro, non possiamo eliminare la dualità, e men che mai possiamo farlo in amore. L’amore nasce sempre dall’incontro con l’altro, l’amore nasce sempre dalla dualità. L’amore chiede dualità per rigenerarsi e per sopravvivere. Eco e Narciso, seguendo lo slancio avventato di uno spirito Puer che ha smarrito la saggezza del Senex (Hillman, 1964 -1967)) pretendono di mantenere l’amore eliminando la dualità.  Ma così facendo uccidono l’amore e sopprimono il termine che vorrebbero esaltare. Infatti Eco, nell’annullare se stessa finisce inevitabilmente per perdere anche l’altro: Narciso la rifiuterà negandosi a lei senza alcuna possibilità di ripensamento; mentre Narciso, annullando l’altro finisce per perdere anche se stesso, egli infatti non si troverà mai, non si raggiungerà mai, ed ogni volta che ci proverà sarà destinato a fare, letteralmente, un buco nell’acqua.

Ogni volta che amiamo dobbiamo fare i conti con la dualità e con il rischio che alla dualità è strettamente connesso. L’altro, in quanto Altro da noi, è sempre al di là di ogni nostra abilità di controllo, non può essere mai del tutto raggiunto, rimane sospeso con lui il conto di una possibile perdita, se resta altro da noi, l’altro resta anche al di fuori della nostra linea di possesso. Amare significa accettare questo rischio, accettare la natura sempre irrisolta e non pacificante dell’amore stesso. Come ha insegnato Lowen (1988) amore e possesso costituiscono termini inconciliabili. L’amore conserva sempre in sé un nucleo di mancanza, di povertà, di impermanenza, di esposizione che ci rende vulnerabili.

Ma se la dualità è stato il luogo del trauma, e quanto più impattante e primario è stato questo trauma, allora si spiega perché può sorgere questa tentazione di conservare e proteggere l’amore portandolo fuori dalla dualità, da cui pure l’amore sempre si origina. Ogni volta che ci innamoriamo e che amiamo si ripropone il tema della dualità. Tutti abbiamo bisogno d’amore, ma se la dualità è stata esperienza di troppo dolore, allora quando incominciamo ad amare entriamo in conflitto con noi stessi e cerchiamo soluzioni disfunzionali, come quelle di Eco e Narciso. Del resto Eco e Narciso sono stati entrambi vittime di un trauma: Eco ha subito la vendetta feroce della madre simbolica Giunone che le ha tolto la loquacità di cui era riccamente dotata, mentre Narciso è nato da uno stupro.

Ma Eco e Narciso, apparentemente cosi’ diversi, hanno molto altro in comune. Entrambi sacrificano il corpo sull’altare di Eros fraintendendone la natura. Il corpo infatti viene sempre tradito nell’esperienza amorosa quando in essa prevale la dipendenza o la sua versione negativa, la contro-dipendenza.

Eco sacrifica il corpo dandosi all’amore senza alcuna protezione, infiammandosi come zolfo vicino al fuoco, consumandosi senza alcun risparmio si sé. Narciso sacrifica il corpo nell’iperconservazione di sé, risparmiandosi sin troppo, sottraendosi da ogni forma di coinvolgimento e di intimità con l’altro, arrivando ad adorare un’immagine di sé del tutto dissociata dal proprio corpo reale. Entrambi, nel coltivare la loro illusione, sottraggono grounding all’amore e perdono il piacere.

Nella dipendenza (e nella contro-dipendenza) mentre l’amore smarrisce il corpo, l’Io e il Cuore si dissociano. Quando l’amore perde l’Io, diviene una pura illusione romantica, una dipendenza. Quando perde il cuore, l’amore si raggela e diventa narcisismo.

Eco, Narciso e le figure della dipendenza amorosa nasce dalle riflessioni e dal materiale raccolto in conferenze, seminari, articoli e presentazioni seguiti ad una mia precedente pubblicazione, Dipendenza e Contro-dipendenza affettiva (Alpes, 2015). Questo libro, quindi, rappresenta un approfondimento e la naturale prosecuzione del primo.

Oltre all’analisi del mito di Eco e Narciso, nel testo viene proposto un compendio sulle problematiche inerenti la dipendenza affettiva, una sorta di guida per il lettore, orientata a fornirgli un bagaglio concettuale minimo adatto a comprendere al meglio i temi trattati, che vengono sviluppati in cinque capitoli. Se nel primo capitolo l’analisi del mito di Eco e Narciso permette di sviscerare le problematiche della dipendenza affettiva seguendo un filo più narrativo o, se vogliamo, poetico, il secondo capitolo ripropone gli stessi argomenti trattati però in maniera più didascalica.

Il terzo capitolo presenta un’analisi dei modelli di risposta nella dipendenza affettiva dal punto di vista delle moderne teorie sull’apprendimento e sull’addiction.

Il quarto capitolo, il più lungo e il più articolato, è dedicato al ruolo che le illusioni svolgono nelle nostre relazioni amorose. Il suo risvolto pratico potrebbe tradursi in un’avvertenza per il lettore che sintetizzerei cosi: come non illudersi troppo in amore, per continuare a crederci.

L’ultimo capitolo è dedicato alla dualità nell’amore e a come la dimensione amorosa ci introduca sempre verso il Segreto, ossia verso l’enigma indecifrabile che l’altro, in quanto ‘straniero’, è comunque destinato a rappresentare per noi. Ma qui l’invito è quello di considerare il segreto in un duplice senso. L’amore infatti oltre a confrontarci con la dimensione ignota che il partner tende sempre ad incarnare, è l’occasione più preziosa di cui disponiamo per orientarci anche verso quell’altro enigma, ossia lo sconosciuto, lo straniero, che abita dentro noi stessi. E qui il tema della dualità si ripropone non solo come dialettica nei confronti dell’altro, ma anche come la dualità che ci abita e che trova nel rapporto tra la nostra identità e il corpo il viatico migliore per incontrare sorprese e trovare risorse sempre nuove e creative.

Massimo Borgioni

 

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BIBLIOGRAFIA

 Borgioni M. (2022). Eco, Narciso e le figure della dipendenza amorosa. Roma, Alpes.

Borgioni M. (2015). Dipendenza e contro-dipendenza affettiva. Dalle passioni scriteriate all’indifferenza vuota. Roma, Alpes.

Buber M. (1923) Io e Tu. In: Il principio dialogico e altri saggi. Milano, Edizioni S.Paolo 1993.

Canzian G. (2021). Imparare il desiderio. Il piacere e la sua ombra: viaggio nelle dipendenze. Verona, Medicina delle Dipendenze A.O.U.I.

Hillman J. (1964 e 1967). Puer Aeternus. Milano, Adelphi 1999.

Lowen A. (1983). Il Narcisismo. Milano, Feltrinelli 1992.

Lowen A. (1988) Amore, sesso e cuore. Roma, Astrolabio 1989.